Concerto all’Auditorium

Il trantran cittadino e la frenesia si dice che spengano i colori e le emozioni; i palazzi nascondono le architetture più belle, poste in luoghi lontani dalla vista, e dal cuore.
Ed un po’ è vero.
Arrivare all’auditorium “Parco della musica” di Roma è una scoperta: nessuna indicazione chiara, il tram ti lascia quasi in mezzo al nulla e non ci sono punti di riferimento che ti dicano dove siano quei palazzi-tartaruga.
Poi pian piano il paesaggio urbano cambia, gli spazi diventano curati e dei mattoni rossi ti indicano al strada.
“Bar dell’Auditorium”, “Libreria”: sono le insegne commerciali a guidarti verso gli spazi della musica e, superato un cancello, sei lì.
Passeggiando intorno ai 3 esoscheletri, tra aiuole, altalene e spazi per bambini, sembra di aver attraversato uno stargate ed essere atterrati in un’altra dimensione.

La sensazione resta tale anche dentro, quando i corridoi diventano affollati e gli stuart all’ingresso di strappano il biglietto, indicandoti la strada.
Il fiume di persone si snoda sinuoso e rumoroso verso gli ingressi della sala, su scale, corridoi e ascensori, ma niente di prepara allo spettacolo geometrico, naturale e incantevole dell’interno dell’auditorium: mi ha inghiottito una tartaruga!
La perfezione lignea delle linee, la scorrevolezza alla vista, la vastità dello spazio contrapposta alla piccolezza degli spettatori che pian piano riempiono la sala lascia senza fiato.
Quando l’aria ritrasmette i suoni vibranti del Bolero di Ravel, le emozioni si risvegliano tutte insieme: gioia, dolore, sensualità. L’anima, o quello che riteniamo la sia, si eleva, rendendo il cuore malleabile e aperto.
La musica e la bellezza dall’arte fanno miracoli: anche il cuore più freddo non resta indifferente a tanta armonia.
foto
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