Straniero in casa propria

Dicevano che esiste una sindrome post-Erasmus, ma non ci ho mai creduto fino in fondo..fino a quando lunedì, tornata a casa da nemmeno 24 ore, mi sono trovata letteralmente spaesata in quella che è la mia città natia.
Spaesata perché riconoscevo i luoghi, le strade, le insegne, ma non erano più mie: forme familiari a cui non riuscivo a dare il giusto peso.
Spaesata perché non mi ricordavo le cose più banali come l’orario dei negozi, che in Italia sono chiusi il lunedì mattina, né dove fossero.. nemmeno la familiarità della lingua madre mi aiutava, perché ero stordita, come sopraffatta dal ritorno del sempre uguale. La mia città non era cambiata quasi da come l’avevo lasciata sei mesi prima o da come l’avevo vista durante le vacanze di Natale, ma non era più mia. Cercare una farmacia per prendere due medicine a mio padre è stata un’impresa: non sapevo dov’erano e che orario facevano..Comprare poi i farmaci è stato un trauma: la farmacista, per niente gentile, mi chiede di dichiarare il reddito del mio genitore, ma essendo divorziati da tanto era un’informazione che non conoscevo; telefono, mi informo e mentre lei compila scartoffie le chiedo spiegazioni, ma la gentilezza e la cortesia non dovevano essere nelle sue corde quel giorno,  per cui molto sgarbatamente mi risponde “è da un pezzo che è entrata la legge, da quanto non vai in farmacia?” inutili i miei tentativi di spiegarle che avevo vissuto fuori per mesi, non sembrava una spiegazione accettabile, per cui ho firmato la dichiarazione, preso le medicine e, maledicendola con un sorriso sulle labbra, ho preso la porta pensando: “possibile che due gocce di pioggia rendano intrattabili tutti gli aretini  o è solo la biondona attempata della farmacia di via Mecenate?”

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