Politica, burocrazia e diritto allo studio

Dato che il diritto allo studio è un diritto costituzionalmente garantito, perché 600 studenti devono arrivare a manifestare sotto il palazzo della Provincia di Arezzo per essere ascoltati?

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” recita l’articolo 2 della Costituzione Italiana, mentre l’articolo 34 dice che “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi…”

È difficile tradurre questi concetti astratti in realtà concreta, soprattutto quando gli alunni diventano numeri, le classi sono ridotte ad unità che variano entro “maggiore o minore di X”, gli insegnanti diventano meri ripetitori di nozioni e le materie etichette sulla formazione; la polemica sulle aule tra l’ISS Fossombroni e il Liceo Artistico che in queste settimane è apparsa sui media cittadini è stata connotata da politica e retorica, ma degli alunni sballottati di aula in aula con classi da 32 persone o in edifici che ogni anno rischiano di non avere l’agibilità chi se ne preoccupa?

I giovani, si dice, sono in nostro futuro ma quei 600 alunni del Fossombroni che hanno attraversato la città in questo lunedì mattina per chiedere di essere ascoltati dalla Provincia, si sono sentiti rispondere che rischiavano una denuncia; eppure erano solo andati a chiedere le motivazioni del dimezzamento della loro aula magna in due stanze, dello smantellamento dei laboratori e delle lavagne multimediali, delle ragioni per cui i loro professori devono usare il corridoio come sala insegnanti e, una volta che i loro rappresentanti d’istituto sono stati ricevuti, sono tornati tranquillamente a scuola.

Ero entrata in un’aula per intervistare un professore, per avere numeri, dati e il punto di vista di chi alle classi da 32 alunni deve insegnare, invece ho trovato una quinta assetata di conoscenza e giustizia, che mentre cercava di risolvere un logaritmo chiedeva spiegazioni su quello che stava accedendo intorno a loro: il diritto allo studio per loro non era una serie parole lontane sulla carta costituzionale, ma un motivo sincero d’indignazione.

Volevo fotografarvi la situazione al limite della realtà che stanno vivendo al Fossombroni, ma la notizia non è la mancata capacità di gestione da parte delle varie gerarchie dell’amministrazione pubblica che ha portato ad avere classi in altri rami dell’edificio per la mancanza di aule e che porta all’aumento del tempo degli spostamenti ai cambi dell’ora, o i professori che non hanno l’aula magna dove fare il Collegio dei Docenti; la notizia sono i ragazzi che pretendono di sapere perché “di là ci sono classi mezze vuote, le ho viste passando, e qui non ci stiamo? Perché non hanno diviso la loro aula magna, invece della nostra? O la loro aula insegnanti?”

È una studentessa di quella quinta che, ignorando la mia presenza, insiste per avere risposte: la risposta sincera e senza polemiche del professore non le basta, non può essere vero che parte di quel diritto allo studio le sia tolto per questioni burocratiche o politiche, è una motivazione non sufficiente; i ragazzi non parlano di diritto allo studio, anche se l’insegnante l’aveva nominato, loro percepiscono che qualcosa gli sia stato tolto e senza ragione. Seduti composti discutono, ironizzano e cercano soluzioni “non basterebbe che si sedessero tutti a un tavolo per parlarne onestamente? – chiede uno dei rappresentanti d’istituto – non può essere così difficile!”

22/09/2013

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