Lo stato dei fossi: un problema aretino e non solo

È passato più di mese dall’ultima pioggia torrenziale che ha messo la provincia aretina in ginocchio, ma la situazione non si è ancora risolta; le polemiche che hanno seguito gli allagamenti dello scorso 21 ottobre hanno aperto molti vasi di Pandora: le colpe e le competenze vengono scaricate da un ente all’altro e vengono chiamati in causa anche i cambiamenti climatici che non risparmiano il resto del mondo.

Ma qual’è il fil rouge che unisce il cambiamento climatico mondiale agli allagamenti del Bagnoro, dei sottopassaggi aretini, di via Giotto, via Anconetana, via Romana o del piazzale dell’ospedale San Donato?

Il rasoio di Ockham stavolta non funziona: la spiegazione più semplice, l’incuria della rete fognaria e dei fossi, non basta a giustificare l’inadeguatezza del sistema di smaltimento delle acque meteoriche aretino e i disagi che cittadini ed edifici pubblici, come le scuole di Antria o l’asilo nido “Il Cucciolo”, hanno subito.

Subito abbiamo tutti pensato che la colpa fosse in parte del Consorzio di Bonifica della Valdichiana, ormai noto nelle case aretine solo per le bollette e le richieste di pagamento, o al gestore della rete fognaria, Nuove Acque, oppure alla Provincia, ma quasi nessuno, eccetto gli “addetti ai lavori” ha analizzato i veri motivi del grave dissesto idrogeologico del nostro territorio. Questo fenomeno dal nome altisonante dissesto idrogeologico è una piaga che colpisce tutta la penisola: per Legamabiente è «l’insieme di quei processi quali erosione e frane, che modificano il territorio in tempi relativamente rapidi o rapidissimi, con effetti spesso distruttivi sulle opere, le attività e la stessa vita dell’uomo. Abusivismo edilizio, estrazione illegale di inerti, disboscamento indiscriminato, cementificazione selvaggia, abbandono delle aree montane, agricoltura intensiva: sono tutti fattori che contribuiscono in maniera determinante a sconvolgere l’equilibrio idrogeologico del territorio.»

Molte sono state le ipotesi fatte: dalla costruzione di più casse di espansione per i fiumi ed i torrenti aretini, alla progettazione di una deviazione del Castro sul Vingone; ma nessuna di queste è una vera e propria soluzione al problema, o almeno è quello che alcuni esperti dicono. Le stesse casse d’espansione, bacini artificiali progettati per contenere parte della piena e ridurre la portata stessa del corso d’acqua, sono meri rattoppi non risolutivi in una situazione che avrebbe bisogno non solo di interventi d’emergenza, ma di una  manutenzione generale costante di tutto il territorio: «il dissesto idrogeologico è un problema più profondo della prevenzione spicciola delle zone a valle» mi spiega gentilmente l’ingegner Cardinali.

È proprio l’ingegner Cardinali che mi da una vaga idea della complessità del problema: quello che abbiamo vissuto ad ottobre come un alluvione è il prodotto si dell’aumento dei gas serra, ma anche il sintomo di un problema sistemico dove una soluzione è possibile solo se l’intero paradigma in cui viviamo viene scardinato; le ondate di piena come quelle del Valtina al Bagnoro sono causate anche dal degrado della campagna che, non esistendo più come tale ma solo in funzione di coltivazioni più o meno intensive, non è in grado di fornire una rete scolante minore per le precipitazioni atmosferiche come in passato.

É quindi possibile prevenire in modo significativo il rischio di inondazione e cercare di limitare o sanare il dissesto idrogeologico che accomuna tutta Italia?

Le risposte positive a questa domanda ci sono, ma nessuna delle soluzioni proposte è applicabile a breve termine e immediatamente risolutiva: che sia un’alta opera ingegneristica per deviare il corso d’un fiume, il ripopolamento delle campagne, un’agricolutra di presidio insieme ad un’adeguata riforestazione, serviranno anni perché non si discuta più dello stato dei fossi.

12/12/2013

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